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Il metodo e la follia di Blue And Joy
Di Vittorio Sgarbi

Il carattere fondamentale dell’artista, anche in un gruppo (pensiamo ai Futuristi) è "l’individualità". L’artista è uno. Può avere una bottega che confermi la sua unicità, tanti che riproducono il suo stile. Ma, episodicamente , nascono ditte che contraddicono questo assunto. Coli e Gherardi, le sorelle Coroneo, Gilbert & George. Ecco, forse quest’ultimo è il riferimento più pertinente per capire l’impresa di Blue and Joy. Diversi di carattere e spirito, uniti nella lotta dell’arte sulla strada. A domanda sulla loro "doppiezza" rispondono: "siamo soli anche quando siamo in due". Cioè sempre. Come tutte le imprese riuscite sono riconoscibili. Alessandro Riva, prima di sparire, me li portò al PAC, nella mostra "Street Art, Sweet Art", con l’appello sentimentale: "Cuori spezzati di tutto il mondo unitevi". Una esortazione compiuta in arte con l’attività di una "ditta" che dalla strada si è trasferita nello spazio più comodo di uno studio. Blue and Joy sono eleganti e misurati e hanno la piena coscienza della forma. Difficile immaginare il loro gesto eversivo, come uno sfregio alla città, e non una affermazione di libertà. Ironici, affettuosi, rigorosi nel ritmo delle immagini, Blue and Joy vogliono ingentilire il mondo, con una sensibilità alla Morris di art&craft, applicata su vasta scala, ma senza perdere la grazia. Nel disegno essi esprimono piuttosto misura che rabbia, con grandi dimensioni che arrivano da ordinati progetti. Hanno avuto ragione perché nella loro follia c’è del metodo. Ma nel loro metodo non c’è follia. E infatti siamo qui a parlarne.

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Soli insieme!
di Diletta Biondani

Blue and Joy sono due pupazzi, se vogliamo alter-ego dei loro autori o alter-ego di ognuno di noi, che vivono esilaranti avventure tragicomiche insieme e sono stati fatti così: Blue è triste, ha una grossa lacrima sul viso e il cuore spezzato, pur essendo il pupazzo più felice del mondo, mentre Joy ha una enorme bocca spalancata in un altrettanto enorme sorriso che lo fa sembrare felice, quando in realtà è il pupazzo più triste del mondo.
Questi due personaggi si incontrano e interagiscono in un mondo tutto loro, fatto di paesaggi, o più raramente di interni, assolutamente stilizzati, costruiti con pochi tratti essenziali che spesso ricordano la consistenza grafica e materica dell’incisione, in particolare la xilografia (incisione su legno) espressionista.
Sono due gli elementi che subito mi hanno colpito del lavoro di Blue and Joy: la semplicità del linguaggio e l’immensa carica comunicativa. Blue and Joy ci raccontano un mondo cinico e sostanzialmente cattivo, che corrisponde in tutto e per tutto, pur nella sua estrema surrealtà, a quello in cui viviamo ogni giorno. Le scoraggianti avventure di Blue and Joy sono la mia vita, o la vostra. La crudeltà della realtà quotidiana viene rappresentata in tutta la sua disarmante durezza attraverso un linguaggio pittorico (o grafico) estremamente sintetico ma quanto mai efficace. Non si capisce se il mondo sia il fumetto (o il quadro), o se il fumetto sia il mondo, in uno schema ribaltato in cui nulla è più ciò che sembra e in cui vengono continuamente soverchiate le categorie di realtà e apparenza.
Le matrici Pop e Street di Blue and Joy si arricchiscono di uno studio prettamente grafico, che corrisponde iconologicamente  ad una ricerca di senso nel mondo attuale del ruolo dell’artista, ma più in generale anche dell’uomo. Il male più grande nella realtà odierna è la solitudine, data dall’essere costretti a interpretare ruoli economico-sociali che ci sono stati “cuciti” addosso da altri, e quindi ci sono stati imposti. Blue è felice, ma è costretto a sembrare triste, Joy è triste, ma deve avere sempre un gran sorriso sulla faccia. Eppure questi due piccoli pupazzi, alla fine e nonostante tutto, riescono a sconfiggere la solitudine nel modo più semplice:incontrandosi, ascoltandosi e diventando amici. La loro arma per affrontare il mondo,implacabile e malvagio, è la loro amicizia. L’unica cosa che ogni volta li salva dalle loro disavventure è che possono sentirsi soli in due. Il loro legame è come un’ancora alla quale aggrapparsi perché qualsiasi cosa accada, per dirla con Blue, almeno hanno l’un l’altro. E a noi torna un po’ di speranza…buona visione!

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L'ESTETICA DEL DUE PICCHE

Avvertimento ai critici d’arte sgamati e avvezzi al bicchierozzo di champagne e al linguaggio da vernissage glitterato, ai giornalisti inviati dai direttori in questo mondo di ggiovani creativi trentenni (sì, con due g), ai vip e ai calciatori in cerca di investimenti alternativi alle borse sofferenti: se siete in giro per mostre e gallerie non parlate con Daniele Sigalot e Fabio La Fauci. Non vi daranno nessuna soddisfazione nel propagandare la loro arte. Non vi convinceranno mai del tutto. Al massimo vi geleranno con frasi tipo «La sfiga è più divertente della fortuna sfacciata» e morta lì. Evitateli con un certo snobismo, anzi, se siete entusiasti delle loro opere, dissimulate pure. Esprimete un certo disgusto, arricciate il nasino, a loro farà piacere.  E’ così che si ispirano. Puntate dritto alle loro tele, ai loro pupazzi. Quelli sì che vi parleranno semplice, chiaro e vi conquisteranno. E se i due dovessero cercare di attaccare bottone fate finta di niente. Perché il rischio è che nel loro perfetto stile da pubblicitari al contrario tendano a vendervi Blue&Joy come un banale cucchiaio di citrato Brioschi contro un'indigestione da impepata di cozze o come un Cynar postmoderno contro il logorio della vita postmoderna. Ignorateli e andate oltre, perché lì dentro, intorno a voi c’è molto più di questo. 

Il consiglio non vi arriva da un critico o da un esperto d’arte in grado di stabilire infiniti e aulici paralleli con geni del presente e del passato, ma da un semplice giornalista che da una ventina d’anni, con lo strano e indefinibile pretesto del “servizio di costume giovanile” (ossessione sempreverde di molti giornali), sbircia nei movimenti e nelle mode under 30 e che crede di aver sviluppato un piccolo ma onesto fiuto. Per lo meno sufficiente a distinguere tra chi è veramente connesso alla realtà contemporanea e cerca di interpretarla e chi invece è semplicemente troppo connesso a tv e internet (per usare una metafora più attuale, i furbetti del Facebookino).
 
Dunque più che un consiglio è un invito a riflettere oltre l’estetica disarmante del due di picche. Riflettere su come Fabio La Fauci e Daniele Sigalot stiano lavorando alla rottura di uno dei più grandi tabù, quello dell’ottimismo mediatico e ipnotico che affligge le società post industriali. Un ottimismo indotto spesso dalla tv o un ottimismo ideologico la cui applicazione coatta raggiunge apici surreali. Al punto che tocca leggere notizie come quella apparsa questa estate sui giornali americani: nei regolamenti di molte aziende provate dalla recessione economica è fatto obbligo ai capi di dire almeno 3 volte al giorno un “bravo” ai loro impiegati e fattorini. Così, tanto per motivarli. In questa dittatura dell’ottimismo i pupazzi Blue&Joy sono dei guerriglieri ironici e sentimentali che hanno rubato armi e mezzi blindati alla più positivistica e coriacea delle arti mediatiche dedite all’allegria costruita: la pubblicità. Ed è forse per questo che la loro battaglia è metodica e strategica e i loro slogan colpiscono. Come e più di tutti i personaggi che, in Italia e all’estero sembrano impegnati da qualche anno nella stessa impresa fatta di moniti shopenheueriani, ripescaggi di superomismi nietszchiani, ridicole nevrosi Alleniane mixate a spunti Deleuziani e a nostalgie trash cinematografiche degli anni Settanta. Dal newyorkese Ned Vizzini, con il suo bestseller M’ammazzo, per il resto tutto ok, alle canzoni di Baustelle e di Neffa (una strofa chiave: «E’ meglio una delusione vera che una gioia finta»). Fino agli ideatori americani di demotivationalpics.com, sito di pubblicità demotivazionale che uccide la logica dei motivatori aziendali e dei loro meeting d’addestramento.
Un mondo di trentenni o giù di lì che sta facendo quello che che i quarantenni di oggi (tra cui chi scrive) non sono riusciti a fare 10 o 15 anni fa perché stretti tra i cinquantenni più ingombranti e prepotenti del dopoguerra e l’adolescenza vissuta negli anni 80, all’insegna dell’appiattimento critico e di una certa restaurazione.                        
Seguiamoli, Blue&Joy, forse riusciranno a davvero portarci in un mondo peggiore. Perché quel mondo peggiore è forse il migliore (se non altro il più umano) dei mondi possibili.

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The discouragin optimism of Blue And Joy
Kevin Roberts

Nine months ago I walked into Milano Reyna’s in Saatchi & Saatchi New York. His entire wall had transformed overnight into a riot of discouraging optimism, joy and energy. Blue and Joy had struck.
No brief. Just fill it with love and fun.

Drop by Saatchi & Saatchi in Charlotte Street. Ask to see Conference Room No. 5 (my office). Blue and Joy’s Madness room. Wall to wall passionate, vibrant, tongue-in-cheek explosions of colour (like the Sony Bravia ads on steroids). Inspirational and uplifting, the perfect setting for letting your creativity and emotion run riot. And now they’re transforming 12 week old grand-daughter Stella’s nursery. She’ll grow up surrounded by beautiful madness.

Blue and Joy are dreamers. I’ve known their creators (Fabio and Daniele) for eight years. They paint stories, movies, songs, poems, and adventures. For kids, grown ups and not-so-grown-ups. They create smiles wherever their work lives. On walls, in books, in comics, on t-shirts, in dreams. Ideas are what matters in today’s world and Blue and Joy encompass that completely with their creativity shining through regardless of the medium.

This show’s fearless.
And overdue.

So here’s to the radical Optimists, the Dreamers, the Storytellers… Blue and Joy.

Kevin Roberts
Worldwide CEO
Saatchi & Saatchi.

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Blue & Joy: l’inconscio contemporaneo

Blue & Joy suscitano uno spontaneo e tenero “ooh!” in chiunque vi si imbatta, paiono animati di vita propria e incarnano una sorta di luogo comune al contrario. Chi l'ha detto che per far sorridere bisogna perdere la tenerezza? La formula vincente dei due personaggini risiede nel fatto che prima di tutto sono una coppia. Agiscono per contrasto e complementarietà. Uno, Blue, ha una lacrima cascante dall'occhio e l'atteggiamento mogio e piegato a una sorta di tristezza somatica. L'altro, Joy, ha un sorriso allegro stampato in faccia e un portamento sempre ottimisticamente proteso verso l'esterno. Ma, contrariamente a quanto si potrebbe supporre, è Blue che parla un linguaggio speranzoso, sempre in cerca dell'amore e degli aspetti positivi, perennemente contraddetto oltre che dall’aspetto, anche dalle battute ciniche di Joy. Questo, a sua volta, pur apparentemente solare, è in realtà sempre solitario nella sua voglia inappagata di avere intorno compagnia. La loro è una compagnia di solitudini, lo ribadiscono senza pudore. Ma proprio in questa dichiarazione di scoraggiamento, di resa incondizionata nei contenuti, sta la loro forza e presa: dichiarare la solitudine e la tristezza ha un effetto paradossalmente catartico e provoca una immediata empatia. Ognuno in fondo si sente un po' Blue e un po' Joy. I due pupazzetti indagano inoltre tutta una serie di ambiti nei quali è facile provare disagio scoraggiante: amori che non decollano, bisogno di amicizia, tutto il difficile ambito relazionale nel quale non ci si sente quasi mai accettati. All'inizio i personaggi hanno iniziato a esistere in un libro di fumetti. Da lì il passo a diventare protagonisti di quadri è stato breve, ma non scontato. Si sono installati in un mezzo tradizionale, quello della pittura, e, con la modernità squillante degli acrilici e un linguaggio internazionalmente efficace in moltissime lingue, hanno reso le tele vitali di messaggi e di storie. Ogni quadro, infatti, è una micro storia, uno stato d’animo. Come se le strisce dei fumetti fuggissero dalle pagine sfogliate per imprimersi in una solidità più ampia. Questo approccio all'arte contemporanea è stato definito dal celeberrimo artista giapponese Takashi Murakami "super flat", che vuol dire comprimere assieme - dall'inglese to flatten - modernità e diversi mezzi in un unico mix. È in realtà la conseguenza della Pop Art e del concetto di Factory di matrice warholiana. Murakami - dal quale Blue & Joy si distaccano principalmente per il fatto che la parola per loro è essenziale, mentre per Murakami lo è l'immagine e soprattutto la matrice giapponese del mondo dei manga - ha giustificato la propria arte ribadendo che in Giappone non esiste cultura ma subcultura, dunque l'arte non è necessaria. In modo altrettanto onesto Daniele Sigalot e Fabio La Fauci, a chi li elogia di ovazioni e li accosta a illustri nomi, come "Bouvard e Pecuchet" e a Flaubert, rispondono che in fondo a loro non interessa essere chiamati artisti. Sono felici dando vita alle loro creature e la cosa risulta naturale. Tutto il resto è un modo, uno strumento per potersi dedicare a tutto campo a Blue & Joy. E questa è, paradossalmente, una vera posizione artistica. Dal punto di vista dei messaggi, vi è una radicale operazione di svelamento: le apparenze sono confutate dalle parole. E lo straniamento dello spettatore apre il varco a una rilassatezza che lo porta a riflettere. A proprio agio in un mondo tremendamente incomprensibile, dal quale si difendono con una disarmante ironia, Blue & Joy esprimono una precisa poetica, che è quella del disincanto e della necessaria accettazione di un mondo dove “L’ottimismo è sopravvalutato”, le identità difficili da trovare, la pace inesistente, ma è meglio far cadere paure e non bombe. E se le parole sono indispensabili, anch’esse diventano immagine – in un’epoca dove in effetti le immagini hanno preso il sopravvento - sgocciolando sulle tele e ricordando l’action painting americana o perdendosi in esse, lasciando liberi di scegliere se credere nei sogni pur con una lacrima cascante o se smettere di sognare e di credere nel futuro indossando uno smagliante sorriso. Straordinario come in due volti di pupazzi sia espresso l’inconscio presente nell’animo contemporaneo.

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Da Charles Darwin a Charlie Brown, l’evoluzione del fallimento

Di Blue and Joy si sa che si sono conosciuti in un parco sotto una pioggia battente. Era alla fine del 2004 e da quel momento “scoraggiante” i due hanno iniziato il loro percorso insieme, inscindibili e inseparabili, come Cip e Ciop, Stanlio e Ollio, Starsky e Hutch,Ying e Yang e, per gli amanti del genere ,Santo e Johnny. Non si sa nulla di cosa facessero prima di conoscersi . Studi approfonditi, pero’, hanno permesso di ricostruire in parte il loro complesso albero genealogico che si ramifica in giro per il mondo dall’Europa alla lontana Paperopoli e cosí ora sappiamo che Blue e Joy sono discendenti diretti della Popart,la grande famiglia d’origine americana da cui hanno ereditato il gusto travolgente di usare trasversalmente ogni forma di contaminazione e supporto per invadere il sistema della comunicazione. ”Ha preso tutto da nonno Warhol !,,ma che dici? Da zio Haring piuttosto…e il cuginetto Basquiat dove lo lasci?” era una delle classiche frasi che si potevano udire a casa loro. Cosi come e’ certa la parentela con le famiglie urbane dei Comix e dei Writers, gente di strada che gli ha trasmesso nel sangue la stessa forza del segno semplice e diretto, a marchiare inconfondibilmente la carta, la tela o un muro urbano. Ma nel loro DNA sono stati trovati, inconfondibili, anche i geni artistici della stirpe dei Murakami che portano le radici della loro discendenza addirittura fino in Giappone. Insomma di fiore in fiore i padri di Blue and Joy hanno viaggiato alla grande! E hanno fatto bene! Come percorso genealogico era abbastanza per avere le idee chiare su di loro, pero’ mancava ancora qualcosa. Avevo capito da chi avevano ereditato e svilluppato lo stile, il segno e anche la strategia di stare a galla nel mondo dell’arte ma mi mancava ancora un elemento chiave. Da chi avessero ereditato l’aspetto “piu classico”, quell’impalpabile, incancellabile ombra dell’anima che rende il loro mondo “fermo e immutabile” nella malinconica, struggente e aristocratica considerazione che a loro le cose sarebbero andate sempre cosí e che, soprattutto, non avrebbero cambiato questo stato dell’anima e delle cose per nulla al mondo. Perche’ senza questo piangersi addosso, questo calamitarsi sfiga a tempo pieno sarebbero come pesci fuor d’acqua. E cosí mi sono messo a cercare quell’anello genealogico mancante, il parente prossimo da cui hanno ereditato il loro sconsolante disagio e l’ho pure trovato. Il suo nome e’ Charlie Brown, il purosangue dello scoraggiamento, lo sconfitto a prova di bomba, pronto a rialzarsi solo per perdere di nuovo senza mai il desiderio, la voglia e la speranza di riuscire a vincere almeno una volta, no! Per carita! Lo fa solo perche questo e’ il suo destino e non puo’ fare altrimenti. Ma Blue e Joy vanno oltre Charlie Brown, non hanno bisogno di amici o del cane Snoopy. Loro no. Blue e Joy han chiuso con leggerezza la porta dietro le spalle, gettato la chiave e preso un biglietto senza ritorno perche’ loro due insieme sono e saranno sempre soli e lo sanno. Il loro quotidiano e’semplice e divertente cornice, possono essere Superoi o quant’ altro ma nulla cambiera’ perche’ il loro scoraggiante destino, cosi poetically correct, l’hanno gia scritto e se lo tengono stretto. Beati loro.

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Blue and joy ovvero il concettualismo ironico miglior frutto della "Pop"
Alessandro Riva

Lo sdoganamento del linguaggio dei comix nell’universo dell’arte contemporanea ha una lunga storia, che inizia con la Pop (Warhol e Lichtenstein in testa), prosegue con i suoi discendenti diretti, in particolare quelli provenienti dall’universo del graffitismo storico dei primi anni Ottanta (Keith Haring, Basquiat, Ronnie Cutrone), per arrivare fino a noi attraverso i diversi repêchage di stampo vuoi più sapientemente intellettuale (Raymond Pettibon), vuoi di taglio espressionista (Kentridge), vuoi strettamente iperpop, nell’accezione nipponica del riutilizzo dell’iconografia manga della “generazione Murakami”: tanto che, per dirla con l’antropologo francese Marc Augé, che tra i primi ha sottolineato l’invasione delle immagini fumettistiche al di fuori del loro ambito specifico, oggi si può ben dire “le orecchie di Topolino” siano davvero “all’ascolto del mondo”. Anche in Italia, in particolare, già fin dai primi anni Novanta, il mondo dell’arte ha assistito a un vero e proprio ritorno di attenzione verso lo stilema fumettistico, tanto da aver fatto parlare ai critici di una vera e propria “generazione Disney”. Attenzione che ha coinvolto soprattutto gli artisti più giovani: che, liberatisi dai legacci della tradizione, o dalla seriosità un po’ manichea dei loro padri e dei loro fratelli maggiori, si sono sentiti finalmente liberi di architettare, in un contesto che si può ricondurre a un clima di “concettualismo ironico”, le sculture e i quadri più bizzarri e imprevedibili, usando come protagonisti d’eccezione i characters dei comix più famosi, da Topolino a Minnie, a Macchia Nera, a Biancaneve, Willy il Coyote o i Puffi, in un’orgia di personaggi storpiati, cambiati, deturpati, reinventati. Come se i protagonisti delle nostre letture infantili, liberatisi dai doveri che avevano quando stavano fissi sulla carta, fossero tornati inaspettatamente a popolare i nostri sogni e il nostro immaginario, in un miscuglio di gelida ironia e di trionfo kitsch. La generazione di artisti che sta emergendo in questi primi anni Duemila, tuttavia, rappresenta un’ulteriore passo in avanti in questo senso. Intanto, è una generazione che non proviene più dalle accademie e dall’ambito specifico del sistema dell’arte, come avveniva con quella degli anni Novanta, bensì, per lo più, dall’ambito delle professioni creative (design, architettura, pubblicità), e non ha più neppure, dunque, quell’approccio fondamentalmente concettuale, seppure ironico, che contraddistingueva quella precedente, bensì un atteggiamento maggiormente libero e disincantato, più vicino alla lezione dello “street marketing” e del linguaggio pubblicitario-televisivo che alla dimensione strettamente artistica. In secondo luogo, va sottolineato come questa generazione, quando riporta nell’ambito artistico lo stilema fumettistico, non lo faccia mai prendendo a prestito i personaggi delle grandi saghe fumettistiche tradizionali, secondo la lezione pop e postpop, ma, al contrario, inventando di sana pianta nuovi characters, con una fisionomia propria, una loro psicologia autonoma e un segno del tutto originale: penso a Murakami con il suo straordinario Mr. Pointy & the Four Guards, e, in Italia, al “writer” TvBoy con i suoi omini-televisori, oltre naturalmente alla coppia Sigalot-La Fauci, creatori dei due straordinari personaggi Blue and Joy. Blue and Joy sono, in questo senso, la cartina di tornasole e il picco più significativo di questo nuovo atteggiamento, per lo meno per quanto riguarda l’Italia (ma non è una caso che i due strani personaggi stiano avendo grande successo anche all’estero, a cominciare dalla Spagna, dove sono stati accolti trionfalmente, per continuare con gli Stati Uniti, dove da poco sono entrati a far parte di un'importante collezione , quella della famiglia Hammer (che possiede, tra l’altro l’ Hammer Museum di Los Angeles che, guarda caso, proprio in questi giorni ha presentato, accanto alle opere dei grandi protagonisti della storia dell’arte americana ed europea, anche una mostra di Masters of American Comics, secondo una tradizione di abbattimento delle barriere tra cultura “alta” e “bassa” iniziata proprio con la Pop).
 Sigalot-La Fauci, infatti - non a caso non provenienti dall’ambito artistico ma da quello specifico della comunicazione pubblicitaria, hanno creato – e di conseguenza riportato non solo sulla carta, sulla tela e naturalmente nella rete telematica, ma, come vedremo, anche su ironici e bizzarri prodotti come la carta igienica, scarpe, skateboard, oltre che le “Discouraging Onions of Blue and Joy”, e così via – due personaggi dotati di un nome, di una fisionomia, di un loro preciso carattere psicologico (Blue, apparentemente sempre triste, in realtà è felice e amato da tutti, e Joy, sempre felice, che in realtà nasconde un fondo di irresolubile amarezza), oltre che di una vera e propria “saga” autonoma (The discouranging Adventures of Blue and Joy), che si sviluppa via via nei libri, ma anche e soprattutto sulle tele. La novità di Blue and Joy, infatti, è proprio nell’abbattimento totale di barriere tra gli specifici del linguaggio: la saga di Blue and Joy non riporta sulla tela i personaggi di un fumetto cartaceo, bensì propone, su diversi supporti (da quello dell’oggetto-libro, alla dimensione digitale, ai prodotti commerciali fino alla tela), le avventure dei due personaggi. Le storie delle discouraging Adventures of Blue and Joy, dunque, si sviluppano autonomamente ovunque, indipendentemente dalla scelta del supporto: sui libri, nelle mostre, nel merchandising. Quella di Blue and Joy è una scelta apparentemente ludica e divertita, in realtà più che mai radicale: non ci sono più, come avveniva negli anni passati, linguaggi che rimandano uno all’altro, ma gli ambiti, i linguaggi, i supporti che si sono definitivamente e irrevocabilmente mescolati. Si può ben dire, allora, che la rivoluzione iniziata con la Pop stia producendo ora i suoi frutti migliori.